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LA TIPICITÀ DEL VINO IN TERRA DI LAVORO.* Quando la gente beveva prodotto adulterato.
Sono, questi, giorni di vendemmia e –come oggi comunemente si pubblicizza– di sagre e di percorsi di...vini, nel Medio Volturno. Il solito esperto –si fa per dire– pontifica al riguardo: “Vuoi mettere, il prodotto della mia zona è come quello fatto dai nostri antenati, di generazione in generazione”; un consumatore annuisce: “Parole sante! è il classico, tipico vino locale della tradizione! Per questo è ottimo e io che bevo all’antica non me ne faccio mai mancare”. Ma com’era il classico, antico prodotto tipico locale, tanto decantato e, a detta di quei due, comune ancora ai giorni nostri? Senza andare lontano, l’apprendiamo da una relazione del 1811 per l’allora distretto di Piedimonte in di Terra di Lavoro. (1) Per quanto attiene alla preparazione e alla qualità della bevanda, vi si legge: “... non sappiamo se giovi descrivere i processi o rivelarne i difetti”. Il vero è che per l’abbondanza del raccolto, per la “complicazione” dei lavori campestri, per “l’ignoranza assoluta delle buone regole di fare il vino e per la sicurezza di venderlo” –come che fosse– in quanto “fra le nostre popolazioni il gusto in fatto di vino è molto depravato, amandosi piuttosto bere molto anziché bere bene, egli è certo che l’arte di fare il vino fra noi trovasi tuttavia nella sua infanzia né dà alcuna speranza di miglioramento”. Si apprende inoltre che l’uva, raccolta senza badare alla maturità e alle condizioni meteorologiche, dopo tre giorni si gettava in un mastello “con tutto il fradicio, il secco, il verde, i pampini e gli insetti tra i grappoli”. La pigiatura, fatta a piedi nudi, risultava superficiale tanto da non liberare tutte le sostanze del chicco. La fermentazione durava da qualche ora a 10-15 giorni, senza badare al pigiato, alla temperatura ambiente, al tipo d’uva e alla qualità del vino che si voleva ottenere. Più in particolare, nel circondario di Solopaca i contadini vendemmiavano uve non giunte a maturazione. Nei circondari di Cerreto e di Guardia Sanframondo lasciavano bollire il mosto per quattro o sei giorni e affondavano i graspi poco o niente, se intendevano produrre vino dolce; facevano bollire per ancora altri giorni e affondavano il coppello più spesso, se volevano avere vino asciutto. Il travaso era pratica diffusa e da gennaio a marzo, a “decrescenza di luna”. In Piedimonte –forse anche perché la quantità delle uve era esigua– la vendemmia e la vinificazione venivano praticate di solito “con qualche diligenza”. I circondari di Cerreto, Guardia e Solopaca erano i maggiori produttori e la quantità eccedente la domanda interna si esportata in provincia e a Napoli. I circondari di Cusano, Caiazzo, Piedimonte, Capriati, e Venafro importavano vino. Un sesto, circa, del prodotto totale era costituito da “vino anacquato” ossia vinello: la “gente minuta”, estratto il mosto, gettava acqua sopra le vinacce ricavandone, dopo 24 ore di debole fermentazione, quel “vino fiacco detto anche raspata”. Il vino buono compariva sulle mense dei ricchi; su quelle dei poveri, in rare occasioni; nella terapia e nella dieta dei malati, quando lo avesse prescritto il medico. Il vinello si usava in parte come bevanda e in parte per adulterare quasi tutti i vini che, in commercio da novembre e fino a gennaio, provenivano da Solopaca, Guardia, Cerreto e Piedimonte. Questo tipo di bevanda era il vino del “basso popolo”, ovvero dei montanari, dei pastori, degli artigiani, dei manovali e dei braccianti. I contadini vendevano il genuino dei loro vigneti e bevevano l’acquata; però, nei giorni di festa, si ubriacavano nelle taverne, al pari di tanta altra “minuta gente”, a rischio della salute propria e della incolumità altrui. Le adulterazioni erano comuni, tanto fra i produttori quanto fra i “rivenditori di piazza”. È emblematica la imitazione, a Guardia, del “vino Malaga”, poi smerciato a Napoli: si prendeva mosto di scelte uve bianche e si lasciava bollire finché non si fosse ridotto di una certa quantità; si imbottava; si aggiungeva, in una certa proporzione, mosto crudo delle dette uve; si lasciava sturata la botte e si rifondeva con la stessa miscela di mosto crudo e cotto, fino a fermentazione avvenuta. Dunque... _______
* In “il Giornale di Caserta”, Caserta, Dossier, XV, 272 (2007) p. 18. 1- Cfr. R. Di Lello, La cultura del vino nella storia e nella tradizione del Medio Volturno, in Atti del convegno: Attualità sull’alcolismo (...) Piedimonte Matese, SIA, 1989, pp. 29-31. R. Di Lello, Quando i vini erano buoni dal Vesuvio ai Monti Ausoni. in Atti dell’VIII congresso nazionale SIA: Sobrietà e cultura, Bologna, Compositore, 1990, pp. 47-51. R. Di Lello, Vino genuino e vino impuro nella storia di Terra di Lavoro, in “Annuario 1990”, Piedimonte Matese, Associazione Storica del Medio Volturno (1991) pp. 67-71.
INSULTI ANTICHI IN CAMPANIA. * Anche i Sanniti e i Romani si insolentivano a vicenda.
Nell’Evo Antico, gli insulti, (1) costituiti da parole, frasi, suoni, rumori e gesti, triviali o meno, erano assai comuni e indirizzati a destinatari di ogni rango, “sesso”, età. Le insolenze, inoltre, esprimevano di solito l’italico aceto, e l’italico spirito pungente era tale e tanto da condire di colore e di sapore la vita di tutti i giorni e da infiorare, si, infiorare, perfino opere letterarie e rappresentazioni teatrali. Prendiamo i Sanniti: non si astenevano dall’insulto; d’altro canto, ne furono bersaglio, tant’è vero che qualcuno ebbe a scrivere, con buona dose di sarcasmo, che erano “montani”, gente di montagna; “agrestes”, rozzi; “latrones”, ladri di strada, briganti; non solo: i gladiatori, reputati individui d’infimo ordine, venivano definiti anche “Samnites”, Sanniti. Quando Roma diventò padrona dei territori che oggi fanno parte della Regione Campania, vi introdusse le proprie abitudini anche al riguardo, ragion per cui il modo di vivere apparve via via ingentilito, sicché, come nell’alta società così tra la plebe, si apprezzò una diffusa signorilità; fino a un certo grado, però e, per giunta, così come a Roma, non sempre e dovunque. Nel corso dei giochi circensi, per esempio, specialmente durante i combattimenti tra gladiatori, le spettatrici eccitate e gli spettatori incavolati spesso si lasciavano andare a vocaboli e a frasi ingiuriose contro i combattenti e tra loro stessi. Come pure, gli effetti di un certo modo d’intendere apparivano, sopra i muri, in immagini –vedi il Crocefisso con la testa d’asino, del Palatino o i deformi nel Giudizio di Salomone, da Pompei– e in iscrizioni –leggi le frase circa i cristiani di Pompei, “cigni del malaugurio”– comunque offensive. Più in particolare, i termini utilizzati per comporre una qualche contumelia oggi si trovano, numerosi, in ogni dizionario della lingua latina. Comuni erano: “meretrix”, meretrice, “scortum”, sgualdrina; “lamia”, lamia; “homicida”, assassino; “fur”, mariolo; “latro”, bandito; “ignavus”, vigliacco; “proditor”, traditore; “malignus”, imbroglione; “perfidus”, furfante; “cucùmer”, cetriolo, babbeo; “stercoreus”, fetente, sporcaccione e, oggi, in dialetto campano, “ommo de m(...)da”. La gente per colpire qualcuno usava altresì evidenziarne le caratteristiche somatiche e comportamentali. Per giunta, la derisione contro chi aveva avuto matrigna la sorte, perdurando spesso accanita non soltanto segnava il meschino, oltre la tomba, per quanto ne destinava i discendenti al fardello ingombrante di un nomignolo indelebile. Questo –tra i tanti originati da difetti fisici passati alla storia, anche in Campania– è il caso dei cognomi: “Calvo”, senza capelli; “Glabro”, senza barba; “Balbo” e “Blaeso”, balbuziente; “Plauto”, orecchie pendule; “Lusco”, guercio; “Paeto”, strabico; “Naso”, nasone; “Varo”, ginocchia storte in dentro; “Valgo”, ginocchia storte in fuori; ”Scauro”, caviglia deforme; “Homullo”, omiciattolo; “Macro”, macilento, “Verrucoso”, “Cicero” e “Tubero” con un’escrescenza cutanea a forma di verruca, di cece o di tartufo. Altri cognomi quali “Nigro”, “Fusco” e Rufo”, derivavano dal colore della pelle e dei peli; altri, come “Apro”, cinghiale, dalla complessione corporea; altri ancora, come “Lentulo”, lento, dal modo di comportarsi; altri, infine, come “Bruto”, tardo di comprendonio e come “Bestia” e “Asinio” di significato inequivocabile, dal quoziente d’intelligenza. Gli insulti comprendevano anche suoni, rumori e gesti. Suoni e rumori consistevano in fischi, versi e urla. Gesti erano il fare le boccacce; lo sputare; il mostrare il pollice tra indice e medio flessi con le restanti dita; l’esibire il medio –ritenuto il “dito infame”– esteso tra le restanti piegate a pugno; il tirare la barba ai vecchi. Insomma, dalla lettura di opere antiche si apprende che, a quei tempi, la gente era solita, per una ragione o per l’altra, irridere il prossimo, fino all’insulto; talvolta, lo faceva addirittura col morto, durante il funerale, ma, a quanto sembra, senza indulgere alla volgarità. Questo, pare, sia l’elemento che connota ciò che Orazio, proprio in una sua satira (I, 7, 32) definì: “Italo aceto”. _______
* In “il Giornale di Caserta”, Caserta, Dossier, XV, 279 (2007) p. 18. 1- Cfr. Tito Livio, VII, 30; IX, 13, 31 e 40. Orazio, Satire, I, 1; 2; 3; 7, passim. U. E. Paoli, Vita Romana, Milano, Mondadori, 1976, pp. 199, 217-222, 233-242. R. Flaceliere, La vita quotidiana (...) nel secolo di Pericle, Milano, Rizzoli, 1995, pp. 240-241. F. Calonghi, Dizionario Latino - Italiano e O. Badellino, Dizionario Italiano - Latino, Torino, Rosemberg e Sellier, 1967, alle voci citate.
BRIGANTAGGIO NEL DECENNIO FRANCESE.* “Giacchino mettette ‘a legge e Giacchino fuje ‘mpiso”.
Sul finire del 1805, Napoleone affidò al generale Massena il compito di conquistare il regno di Napoli e di porre fine alla dinastia dei Borbone. All’avvicinarsi delle truppe francesi, re Ferdinando si rifugiò in Sicilia. Il 16 febbraio dell’anno seguente, gli invasori entrarono in Napoli capitale; quel giorno, Giuseppe Bonaparte, fratello dell’imperatore, sedette sul trono di Ferdinando. Nel luglio del 1808, a re Giuseppe, passato sul trono di Spagna, successe il cognato, Gioacchino Murat. Vero è che i due sovrani attuarono riforme economiche, amministrative e giuridiche; i risultati, però, non risolsero subito le annose, comuni necessità del così detto popolo basso o meschino né vennero incontro alle aspettative dell’aristocrazia e della vecchia borghesia locale; tutt’altro. Il malcontento, rinfocolato da trame legittimiste, generò nel Mezzogiorno peninsulare dapprima contestazioni isolate e poi reazioni di massa: gente scontenta si armò e, sull’esempio e a sostegno dei guerriglieri borbonici impegnati nella riconquista del regno, si diede a scorrere la campagna contro i novelli borghesi, gli amministratori di parte avversa, i nemici personali e la forza pubblica. Compagnie di briganti –e tra esse quella del celebre Fra Diavolo– percorsero in lungo e in largo anche il distretto di Piedimonte, ossia la ripartizione giudiziaria e amministrativa costituita da 40 comuni con capoluogo la città alle falde del Matese. Le autorità presero le debite misure. Indicativo, circa lo stato del fenomeno nel territorio e i provvedimenti adottati, si rivela il seguente documento, prezioso e, a quanto sembra, fino ad ora inedito: “N. 8672/ Circolare. Piedimonte li, 31 Lug.o 1814. Il Sott.=Intendente del Dis.tto / Ai Sig.ri Sindaci del med.mo./ Signori/ I Briganti in Campagna perseguitati/ dalla forza pubblica da un luogo, sogliono/ trovar facilm.nte asilo in un’ altro, in grazia della/ circostanza di non essere conosciuti.// Ad oggetto che la Polizia possa prendere quelle/ precauzioni, che sono necessarie a q.sto/ riguardo, e dare analoghe disposiz.ni per la/ persecuz.ne ed arresto de’ traviati, è d’uopo/ che abbia la filiazione di ciascuno di essi/ coll’indicaz.ne di ogni Marca, ed altro/ segno apparente che potesse farli distinguere./ È per questo, che vi incarico Sig.ri Sindaci,/ a rimettermi con la massima sollecitudine/ le enunciate filiaz.ni, col dettaglio de’ con/notati, o sieno marche de’Briganti de’/ rispett.vi Comuni, che ora sono in campagna./ Qualora per l’avvenire qualche altro Scia/gurato in uno del v.tro Comune si dasse del/ pari in Campagna, voi dovete metter/mi senza il minimo ritardo la filiaz.ne/ richiesta indicandomi le misure, che/ avrete prese per perseguitarlo, ed i luoghi/ ne’ q.li si crede che potessero aggirasi./ Voi conoscete bene Sig.ri Sindaci, di quale/e quanta importanza, ed interesse/ sia questo affare per non dar luogo al/ menomo ritardo nell’adempimento/ delle disposiz.ni communicatevi di sopra./ Io vi prevengo, che tutta la risponsa/bilità cade sopra di Voi, e sui vostri Comuni/ nel caso di oscitanza, e lentezza nell’/ esecuz.ne di esso, per concorrere con energia/ alle misure adottate dal Governo per la/ distruz.ne di coloro, che cercano di distur/bare la tranquillità delle Popolaz.ni, e la pace degli onesti Cittadini./ Vi confermo la mia stima”. Segue firma, indecifrabile. (1) A Piedimonte, in quell’anno, fu panico quando corse voce che centinaia di individui marciavano sulla città intenzionati a compiervi uccisioni e ruberie. Si trattò, per fortuna, di un falso allarme. L’attività delle bande, tuttavia, si protrasse, per quanto in tono minore, ancora dopo che, nel maggio del 1815, gli Austriaci sconfissero il Murat a Tolentino. In giugno, Re Ferdinando di Borbone ritornò sul trono e, oltre alle pene stabilite a carico dei briganti ostinati, emanò atto di clemenza per quanti –guerriglieri filoborbonici e no– avessero, invece, deposto le armi. Il 7 ottobre, Gioacchino fu catturato da popolani, a Pizzo Calabro, mentre con una banda di 28 compagni si accingeva alla riconquista del regno. Processato, venne fucilato sei giorni dopo... ______
* In “il Giornale di Caserta”, Caserta, Dossier, XV, 286 (2007) p. 18. 1- Raccolta G. R. Palumbo, Piedimonte Matese (Caserta) Via Elci. Sul brigantaggio dal 1806 al 1815, cfr. R. Di Lello, Brigantaggio sul Matese, I fatti del 1809 in Pietraroia, in “Rivista Storica del Sannio”, Benevento, De Toma, II, 1, (1984), pp. 25-35. R. Di Lello, Economia società e brigantaggio sul Matese durante il regno di Gioacchino Murat, in Atti del convegno: Brigantaggio Meridionale e Circondario Cerretese. 1799-1888, Cerreto Sannita, ASCC, 1986, 1988, pp. 49-70. S. A., Alcuni tratti della vita operosa del Signor I.I. Egg (...) s.e., 1837, in AA.VV., Il cotonificio Egg di Piedimonte d’Alife, Piedimonte Matese, Ikona, 1996, pp. 171-215. G.G. Guarino, Quello che fu chiamato Risorgimento. 1815-1860, in Atti citt. pp. 73-80.
IL GIOCO D’AZZARDO IN CAMPANIA Al pari dell’alea romana, si giocava coi dadi, ma fu introdotto dagli Arabi.
Tra i giochi (1) che, quanto al risultato, definirei a sorte e non giochi d’azzardo –se ne vedrà la ragione– uno, praticato ancora oggi, è ritenuto, pare, il più affascinante, forse perché è millenario, è immediato, è vivace e, in ogni sua fase, gestibile in prima persona dal giocatore, a differenza di altri, come ad esempio la roulette. Gli antichi Romani lo chiamavano “alea” cioè getto. Ebbene, poiché in Campania anche la cultura del gioco ha subìto non poco gl’influssi della greca e della romana, giova ricordare che i Greci praticarono questo passatempo servendosi o degli astragali o dei cubi, mentre i Romani utilizzarono –il che è poi la stessa cosa– o i tali o le tessere. L’ “Astragalo” –“talo”, in latino– è un ossicino del tallone di certi animali e presenta due estremità e quattro facce: una piatta, una concava, una convessa e una irregolare; a ciascuna veniva attribuito un valore. Si usavano quattro astragali per volta e la migliore combinazione, detta “lancio di Venere”, era di quattro numeri differenti: 1, 2, 4, 6; la peggiore, “tiro da cane” era di 1, 1, 1, 1. Il “cubo” –in latino, “tessera”– era d’avorio, d’ambra, di metallo o d’altro materiale; presentava sei facce numerate dall’uno al sei. Si usavano tre tessere per volta e mentre il triplo sei costituiva “tiro di Venere”, “tiro del cane” era il triplo uno. Il lancio –preceduto, è ovvio, da scongiuri e da preghiere– era effettuato con la mano o, per evitare imbrogli, con un bussolotto e cadeva sopra una tavoletta. Il dio greco Ermes, il Mercurio dei Romani, era il patrono dei giocatori; eppure, la legge di Roma proibiva questo genere di partite, tranne che a dicembre, in occasione dei Saturnali feste popolari carnascialesche di origine agricola. Durante il Medioevo –dal 476 al 1492– le tessere –poi definite “taxilli” e quindi “dadi”– rimasero attuali; per giunta gli Arabi introdussero la “Zara”: essa si eseguiva coi dadi, però avrebbe vinto o chi, nel lanciarli, avesse predetto a voce alta la combinazione poi realizzata o chi avesse puntato la combinazione poi risultata vincente. Poiché il gioco della zara era, dunque, simile al gioco dei dadi, anche questo fu, genericamente, definito gioco d’’a zara, da cui “gioco d’azzardo”. I detti svaghi furono assai comuni a quel tempo, di giorno e di notte, occasionalmente e nelle bische; tuttavia le leggi ne regolarono e ne limitarono la pratica: di tanto si ha conferma, tra l’altro, negli Statuti di non poche Università –capoluogo cittadino con casali e borghi– della regione. Per Terra di Lavoro, emblematici si rivelano, gli Statuti di Caiazzo e di Letino. Nei primi, il capitolo XIII “circa i giocatori ad Zaram”, tradotto dal latino recita: “chiunque avrà giocato ad Zardum, a lupini (…) se non durante un’infermità, o nella festa della Natività del Signore, a Pasqua, e nel mese di Agosto (…) E chiunque, dovunque avrà ospitato qualcuno al gioco a tassilli, zara e lupini, in qualunque modo non ritenuto legittimo, paghi (...) un Augustale”, di pena. Negli Statuti di Letino, al capitolo 42, si legge: “Se alcuna persona (…) giocasse a carte, a dadi, a zardo, o vero altri giochi proibiti, a denari, o a tirare, excepto nel mese di luglio et agosto e della vigilia della Natività di nostro Signore e alla festa di S. Stefano, e sarà accusato (…) paghi alla Corte tarì tre, e quello, che lo tenne in casa a giocare o a far giocare (…) paghi (...) tarì quattro”. Durante il primo secolo dell’Età Moderna, gli Statuti di Alife, al capitolo 4 –volto dal latino– distinsero: “Poiché il giogo a taxilli dal diritto è riconosciuto interdetto (...) stabiliamo che nessuno giochi ad asardum nella detta t.ra di Alife e nel territorio di essa di giorno o di notte: e chi avrà fatto il contrario sia tenuto a due tarì d’oro[di multa]e chi avrà ricevuto in casa sua i predetti giocatori sia tenuto ad altrettanto (...): quelli che giocano a vino o per sfizio o per riposarsi E dalla vigilia della natività del Signore fino a tutto il giorno primo del mese di Gennaio e negli ultimi tre giorni di carnevale, del tutto siano immuni, nonché dalla pena predetta [siano]similmente esenti quelli che giocano ad altri giochi a taxilli, tranne ad asardum ”. In sostanza, le leggi autorizzarono il gioco dei dadi, ma soltanto in determinati periodi dell’anno, in talune ricorrenze e a certe condizioni. _______
* In “il Giornale di Caserta”, Caserta, Dossier, XV, 293 (2007) p. 18. 1- Cfr. al riguardo, U.E. Paoli Vita romana, Milano, 1976, pp. 204-206. D. e J. Line, Guida alla divinazione coi dadi, Milano, 1985, pp. 5-14. Cfr. pure Statuti della Città di Caiazzo, in N. Alianelli, Delle Consuetudini e degli Statuti municipali nelle Provincie Napolitane, Napoli, 1873, p. 61. Capitolazioni antiche di Letino, in N. F. Faraglia, Il Comune nell’Italia Meridionale, Napoli, 1883, p. 320. Capitoli di Alife, in G. Fappiano, Modifiche statutarie in Alife (...) Caserta, CSAS, 1989, p. 40.
LA MOZZARELLA “TIPICA” IN TERRA DI LAVORO. Veniva prodotta in uno stato d’igiene carente.
Oggi, si parla tanto e altrettanto si scrive di prodotti tipici eno-gastronomici locali sicché questo e quel paese sembra vantino l’esclusiva o del vino o del tarallo o della pasta fatta in casa o del formaggio o della carne porcina in salamoia o del fungo o della cicoria –addirittura afrodisiaca– o della castagna o, perfino, dell’acqua fresca, del ficosecco e via dicendo. Giorni or sono, il competente di turno ha tenuto banco, in piazza, a proposito di latticini e, riguardo a un caseificio del territorio, ha concluso: “... È una garanzia! Produce ottima mozzarella con latte di bufalo (?!): a parte il costo, è vero, è un classico esempio di tipicità casereccia (casearia?) locale secondo tradizione; insomma, tutta fatta a mano (?), è tale e quale come la buona mozzarella –manco l’avesse assaggiata– diciamo pure, di un cento e più anni fa”.Guai se così fosse! Perché? Vediamo cosa si legge, in una imparziale relazione del 1811, (1) circa la sullodata –beninteso, di bufala– buona mozzarella tradizionale di cento e più anni or sono. L’estensore, dopo aver descritto la tecnica di manipolazione del “cacio bufalino”, ha voluto formulare –quasi consigli per i consumatori di allora e ammonimento ai posteri fautori a oltranza delle così dette tipicità gastronomiche tradizionali– le seguenti “tre osservazioni importanti”: “1° Generalmente non si ha veruna cura dell’acqua che dee adoperarsi. Egli è cosa ben conta, che la qualità dell’acqua influisce moltissimo sulla qualità del cacio. Le acque delle nostre terre pantanose sono impure, niente fresche, portano in dissoluzione una grande quantità di argilla e sono cospurcate dal detrimento di corpi organici di erbe fradice, ed insetti, che vi passano la vita e vi periscono. Acque di tal natura non possono certamente dare al latte quel pregio di cui è suscettibile, quindi dovrebbe raccomandarsi (...) scegliere con diligenza le acque da servire nella manipolazione del cacio e valersi di questa anche per pulire tutti gli utensili della cascina. L’incomodo di mandarla ad attingere in qualche distanza sarebbe compensato dalla miglior qualità dei latticini. “2° Le bufale ordinariamente si mungono ad aperto cielo (...) Ciascun custode tiene la sua secchia e quando è piena va a versarla in un bigoncio che rimane egualmente all’aperto. Or quando il tempo è piovoso avviene, che le bufale naturalmente amanti del fango arrivano alla secchia colle poppe infangate: i custodi che in fatto di mondezza non sono certamente li più diligenti, afferrano le zinne, e nel premerle cade, nella secchia, col latte anche una quantità di fango e di altre sozzure che vi si attaccano. (...) il bigoncio esposto all’aperto, e senza coperchio durante il tempo che si richiede per empirlo e che spesso supera i tre quarti di ora, in occasione di temporali riceve in se l’acqua piovana e quelle materie sottili che si avvolgono per l’aria in balia dei venti e dei turbini. Quindi il latte arriva al tino mischiato all’acqua piovana ed imbrattato di materie eterogenee che non si separano, non possono deporsi e che in conseguenza passano nel cacio e ne rendono il colore oscuro ed il sapore meno piacevole. Infatti allorché si mangiano i latticini di bufala ne’ tempi piovosi è ben facile trovarvi parti terree che si rompono fra denti e steli sottili di erbe donde deriva un disgusto in chi li mangia. Ad evitare questo disordine converrebbe che ogni pagliaia avesse innanzi a se un loggiato coperto con aja lastricata dove ne’ tempi procellosi si munga. (...) Dovrebbe ancora tenersi pronta una caldaia con acqua tiepida per nettare i capezzoli delle zinne con una spugna dopo che si è messa la pastoia: così il latte verrebbe meno esposto alle sozzure. “3° I Cascinari, o Curatini non conoscono con precisione la quantità di caglio proporzionata ad una quantità di latte; ignorano il vero punto della fermentazione secondo le stagioni ed il calore del sito e della giornata; il modo di rompere la pasta ed ogni altra preparazione: tutto si fa per un puro meccanismo ed all’azzardo. (...) Quindi sarebbe essenziale, che i nostri Chimici rivolgessero le loro riflessioni a proporre una ricetta per dare una norma fissa sulla quantità del presame, sul tempo necessario alla giusta fermentazione secondo le stagioni e la temperatura dell’atmosfera; e sul modo di rompere la pasta. Converrebbe ancora che facilitassero ai Proprietari l’acquisto degl’istromenti opportuni...” Che aggiungere? Ogni commento si rivelerebbe superfluo. _______
* In “il Giornale di Caserta”, Caserta, Dossier, XV, 300 (2007) p. 18. 1- Cfr. C. Cimmino, “La Statistica del Regno di Napoli del 1811 per Terra di Lavoro”, Caserta, ISRI, 1978, pp. 112-117.
ERRICO SANILLO. ... e su come salvò Piedimonte, Alife e San Potito da rappresaglia borbonica.
Il ricordo di Lui, ormai sbiadito, è stato affidato tanto tempo fa, nel paese natale, al busto marmoreo che, nella chiesa parrocchiale, ne raffigura il volto; alla sottostante iscrizione sepolcrale, peraltro dedicata a “Enrico” e con la data di nascita non giuridica; a una strada che ne porta il nome. Dai registri di stato civile e da riferimenti storici (1) si apprende che Errico, figlio di Pasquale Sanillo e di Teresa Massone, nacque a San Potito Sannitico il 24 settembre del 1820. Compiuti i primi studi sotto la guida di Mariano Piazza, medico e poeta rinomato, il quale, è verosimile, lo iniziò alla poesia, si trasferì a Napoli dove si dedicò, con profitto, allo studio delle lettere e alla giurisprudenza. Alla morte del genitore ritornò a casa per prendersi cura delle proprietà di famiglia; ciò nonostante, non mancherà di coltivare amicizie, di ricoprire cariche pubbliche, di assolvere incombenze sociali. Nel 1836, giovane poeta, era presente nell’antologia Le Pive del Sannio. Nel ‘53, venne eletto membro del Consiglio della Provincia di Terra di Lavoro alla cui attività partecipò con impegno. Nel 1854 fu tra gli arbitri per la divisione del demanio promiscuo tra Piedimonte, Castello, S. Gregorio e S. Potito. Nel settembre del ‘57, da consigliere provinciale si prodigò per i sinistrati dell’alluvione; nello stesso anno, riordinò il Monte Frumentario di Scapoli. Poi, i tempi cambiarono e fermenti liberali disgregarono lo Stato borbonico. A Piedimonte si costituì il corpo garibaldino della Legione del Matese. Garibaldi risalì coi suoi “Mille” dalla Sicilia verso Napoli, capitale del regno. Il 6 settembre del 1860, Re Francesco II lasciò la capitale e si rifugiò a Gaeta per l’ultima resistenza; il 7, Garibaldi entrò a Napoli. Nel distretto di Piedimonte si insediarono governi provvisori liberali. Il 21 settembre, truppe borboniche, sostenute da popolani, misero a sacco e fuoco Caiazzo e si prepararono a marciare su Piedimonte. Fu il panico. I legionari del Matese eressero barricate, tuttavia poco valide, con l’intento di opporre resistenza. Il 24, però, valutarono prudente il ritirarsi e, alla loro partenza, gli operai della filanda Egg rimossero, saggiamente, ogni ostacolo. Il giorno seguente, il vescovo di Giacomo, il conte Gaetani e il Sanillo si avviarono incontro ai borbonici, alla scafa sul Volturno e – scrisse un anonimo confidente dei liberali – “si scorse che la truppa veniva ostile per rinnovare (...) i fatti di Caiazzo; ma dopo un discorso tenuto dal Sanillo al maggiore dei Bavari, si concluse che se i Piedimontesi erano compagnoni lo sarebbero stati del pari i Bavaresi”. Nondimeno, i maggiori Migy, Fieschi e Testa prima occuparono Alife, Piedimonte, Sepicciano e San Potito, quindi decisero “che Piedimonte doveva porsi in stato d’assedio; che Sanillo doveva prendere la carica di Sottintendente. Ma, avendo questi ricusato, si venne a patto che avrebbe accettato a condizione di non porsi lo stato di assedio; di prorogarsi a tempo indeterminato la presentazione di quelli che avevano prese le armi coi Garibaldini”. L’accordo venne onorato; il giorno 29, i regi andarono via dal territorio. Il Sanillo – Giacinto De Sivo lo definirà “Uomo onesto e giusto”– aveva salvato, da cruenta rappresaglia, Piedimonte e gli abitati limitrofi. Senonché gli eventi precipitarono e la sconfitta dell’esercito borbonico mise in campagna un numero considerevole di sbandati; costituiranno, i nuclei delle prime comitive armate le quali, operando contro le forze dello Stato Unitario, dal 1860 al ‘70, scriveranno, anche per la storia di Terra di Lavoro, il doloroso capitolo del brigantaggio postunitario. Al riguardo, va detto che il 22 luglio del 1865, a sera, Errico Sanillo venne ucciso da briganti del Matese i quali, in folto gruppo, avevano fatto irruzione nel comune di San Potito. Egli è stato ricordato, fino ad ora, alla luce suggestiva, ma sempre più fioca, di questo episodio. Dovrebbe invece esserlo, soprattutto, a motivo di quanto fece –e non fu poco– in quel 25 settembre del 1860. _______
* In “il Giornale di Caserta”, Caserta, Dossier, XV, 307 (2007) p. 18. 1- AA.VV. Le Pive del Sannio, 3 voll. Napoli, F. Perretti, 1836, II. Atti dell’ arbitramento per lo scioglimento della promiscuità fra i comuni di Piedimonte, S. Gregorio, S. Potito e Castello, s.l., s.d., ma 1855. F. Viti, Sul Distretto di Piedimonte d’Alife , Napoli, Tip. del Fibreno, 1857. F. Viti, Dell’azione amministrativa nella calamità dell’alluvione del 13 Settembre 1857, Napoli, Tip. del Fibreno, 1858. C. Spinosa, Elogio funebre del signor Errico Sanillo, s. l., s. d., ma 1665. A. Cattabeni, Le giornate 19 e 21 Settembre 1860 a Caiazzo, Caserta, S. Marino, 1908. G. Petella, La Legione del Matese, Città di Castello, Lapi, 1910, pp. 113-122 e 263. R. Di Lello, G. R. Palumbo, Brigantaggio sul Matese. 1860-1880, Benevento, Museo del Sannio, 1983, pp. 34-36, 75 e 109.
PROVERBI SUL VINO IN CAMPANIA * ... e nella cultura medica
Oggi, domenica, 11 novembre 2007, è il giorno di San Martino ed è risaputo che “a San Martino ogni mosto è vino”. Questo proverbio, al pari degli altri, è ritenuto frutto della saggezza popolare in quanto, per opinione comune, un proverbio è una sentenza o un motto che esprime, in forma concisa e talvolta in versi, un pensiero, un consiglio, un criterio di vita desunto –ma non sempre a ragione– dall’esperienza. Circa l’argomento, è stato raccolto per la Campania alquanto materiale. (1) Qui di seguito, muovendo dall’Evo Antico e toccando appena il Medioevo e l’Età Moderna, ne verrà esposta una parte, ma esigua, giusto per darne un’idea. Ebbene, nell’Antichità, la gente del luogo utilizzò il vino come bevanda voluttuaria e –risultati a parte– come sostanza dietetica e come medicina. In ogni caso, i beoni, servendosi non di rado di quelli che, nel 35 a.C., Orazio definì “bacili campani” e “grossi calici alifani”, mettevano ancor di più a rischio la loro salute. Al riguardo, per alcolisti e no, era corrente il detto costituito da tante piccole massime: “Il primo bicchiere giova alla sete, il secondo al buonumore, il terzo al piacere, al quarto fa seguito l’ubriachezza, al quinto l’ira, al sesto le liti, al settimo il furore, all’ottavo il sonno e al nono la malattia”; figurarsi quando si trattava non già di normali coppe, bensì dei “calici alifani maggiori”. Anche nel Medioevo (476 - 1492) la medicina ufficiale e la popolare divulgarono aforismi sul vino e non poca fortuna incontrarono i precetti della Scuola Medica di Salerno. Di emblematici –qui nella traduzione del Magenta– se ne scoprono, innanzitutto, sulla scelta del prodotto migliore: “Fan palese il vin: sapore,/ limpidezza, odor, colore./ Se il buon vin conoscer brami,/ cinque cose ei ti richiami:/ sia formoso, sia fragrante,/ forte sia, fresco e frizzante”. Se ne rinvengono pure sulle proprietà farmacologiche: “Più del grosso e colorato/ nutre il vin bianco e melato./ Il vin rosso a chi sovente/ lo beve troppo allegramente/ stringe il ventre ed anche nuoce/ al metallo della voce./ Però il vin nero ti avverte/ che ti rende il corpo inerte”. Se ne incontrano, altresì, sul tipo e sul modo di berlo. In generale: “Il vin sia maturo, annoso,/ legger, limpido e spumoso,/ ma lo annacqua e mai nol bere/ fuor che in modico bicchiere”; inoltre, “Mentre pranzi allegramente/ bevi poco ma sovente;/ perché il corpo non si guasti/ mai non bere tra i due pasti”; quindi: “dà col ber principio a cena,/ se non vuoi sentirne pena”. In particolare: “Approvar non deve il saggio/ né l’anguilla né il formaggio/ senza ingiungere di bere/ e vuotar più d’un bicchiere”; per giunta, “Al di sopra a ciascun ovo/ bevi sempre un bicchier nuovo” e, per concludere, alla frutta, “Ben a retto fine intendi/ se la pesca col vin prendi”. Se ne ritrovano, infine, sulla prevenzione e la cura di eventuali disturbi: “Salvia e ruta nel bicchiere/ ti faran sicuro il bere”; altrimenti: “se ti par che il vin bevuto/ alla sera ti ha nuociuto,/ troverai che medicina/ è riberne la mattina”. E ai giorni nostri? La cultura popolare è fatta, in sostanza, soprattutto di questi proverbi; ma v’è di più: ne fanno parte modi di pensare, di agire e di dire antichi, addirittura, di millenni. Ad esempio, se si considerano la terapia e la dieta, “Catarro, vino col carro” può essere ricondotto a 2000 anni fa; “Al mattino, pane e vino”, a 2500 anni or sono; “Latte e vino rinforzan’ ‘u schino”, ancora più indietro, a 2700 anni; alla stessa epoca, se non a prima, l’ormai celebre “Il vino fa sangue”. Se, poi, si ritorna agli effetti dannosi della bevanda, segnatamente a carico del sistema nervoso, ci si avvede che, già dal VII-VI secolo a.C. e nel I-II d.C. e oltre, Alceo (Frag., 66), Plinio (XIV, 141), Zenobio (4,5) e ingegni consimili si soffermarono a riflettere anche sulla sincerità disinibita degli ubriachi e la misero in evidenza; in tal modo, contribuirono a divulgare la sentenza che in greco diceva: “En oíno alétheia” e in latino: “In vino véritas”. Motto che, comune tale e quale ancora oggi, invita, come tanti altri, a riflettere sul perché la saggezza collettiva dovrebbe attenere al vino, adesso più che mai. _______
* In “il Giornale di Caserta”, Dossier, XV, 314 (2007) p. 18. 1- Cfr. Orazio, Satire., II, 3, 142-147 e 8, 35-39. R. Di Lello, Il vino nella storia della medicina campana, in “Annuario 2002”, Piedimonte Matese, A.S.M.V. (2003) pp. 103-128. L. Firpo –a cura di– Medicina medievale, UTET, 1971-1972, pp. 77-139. R. Di Lello, Schegge di antiche culture./ 2, in “Clarus”, Piedimonte Matese, Diocesi di Alife e Caiazzo, II, 10 (2002) p. 14.
INSULTI MEDIEVALI IN CAMPANIA.* Erano diversi e, così come le bestemmie, puniti dalla legge
Se ne tratterà, qui di seguito, sulla base di quanto è stato scritto più diffusamente altrove. (1) Ebbene, nel corso del Medioevo –dal 476 al 1492– rimasero in uso, quali componenti dell’ingiuria, tanto i termini latini quanto certi segni e certi gesti; nel frattempo, mentre i vocaboli si italianizzavano, altri se ne aggiungevano, nel susseguirsi delle dominazioni. Comunque, in quanto oltraggio e provocazione, gli insulti furono giudicati reato. Già per le leggi longobarde sarebbe stato perseguito chi avesse diretto alla donna gli epiteti: “adultera”; “strega” o l’equivalente “masca”; “fornicaria”, ossia prostituta. Sarebbe stato condannato pure chi avesse detto a un uomo: “arga”, parola che designava, in longobardo, un individuo inerte e inutile ovvero smidollato, incapace, buono a nulla e, soprattutto, codardo. L’espressione: “nato non de certo patre” racchiudeva, invece, valore giuridico-amministrativo, come il moderno “figlio di NN”, più che l’odierno significato oltraggioso di “figlio di p(...)na”. Così pure, non per offendere, ma nella pura accezione di pezzo di sterco cilindrico e duro, veniva usato un vocabolo che, pari pari termine longobardo, ha raggiunto tanta fortuna da essere assurto, oggi, a parolaccia regina delle contumelie; reso addirittura al femminile, nel dialetto campano si scrive con la “o” finale, ma si pronuncia senza la “o” tale e quale lo scrissero i Longobardi pressappoco 1500 anni or sono; oggi ha, in senso spregiativo, il significato di arga. L’abitudine all’ingiuria non tramontò con l’avvento dei Normanni, degli Svevi, degli Angioini e degli Aragonesi; tutt’altro: la collezione si arricchì di termini importati. V’è da rammentare pure che le offese, al pari delle bestemmie, furono considerate crimini; anzi, talvolta, con precedenza per le bestemmie, le une e le altre furono classificate e castigate per gradi di importanza. Riferimenti si rinvengono negli Statuti di alcune Università del territorio, costituite, come si sa, dai complessi: capoluogo, casali e borgate. Ad esempio, per i Capitoli di Caiazzo, doveva essere punito colui il quale avesse bestemmiato Dio e la Beata Maria Vergine, Madre sua e chi avesse rivolto epiteti –peraltro non specificati– al proprio simile. Secondo le Capitolazioni di Letino, più dettagliate, sarebbe stato reputato colpevole chi avesse detto “ad alcuno o ad alcuna, furo, latro, Omicidiario, Stataro, menti per la gola, non né dici il vero e qualsiasi altra parola ingiuriosa” e altresì, “contra ad alcuna femina, p(…)na,” –di chiara etimologia francese– “ruffiana, fattuchiara, scrofa, o alcuna altra ingiuria”. Gli Statiti di Piedimonte –olim, d’Alife– perseguivano –le iniziali minuscole non indicano mancanza di riguardo– “chi biastemerà dio o la vergine maria o apostoli et evangelista o altro santo”. Quindi, distinguendo tra “iniuria pizola e grande”, valutavano assai pesanti le parole “cornuto, traditore, et puctana”. Per gli Statuti di Alvignano, trasgressione grave sarebbe stata commessa “biastemando altri Santi”; più grave, “bias’temando Apostoli”; gravissimo reato avrebbero compiuto i “biastematori di Dio e’ della Vergine Maria”. I detti Statuti, inoltre, distinguevano, “ingiurie e parole ingiuriose” in “minime”, “frivole” e rilevanti e, tra queste ultime, annotavano “traditore, mulo, cornuto, p(…)na”. Gli Statuti di Alife, ridati nel 1506, ritenevano crimini tanto le bestemmie contro Dio, la Beata Vergine Maria e i Santi di Dio, quanto i soliti –ma non specificati– affronti verbali. Sempre durante il Medioevo e un po’ dovunque, i fischi, le urla, i versacci e taluni gesti costituirono segno di disapprovazione, offesa e provocazione. Gesti da condannare, erano il “casum caballum”, fatto con l’avambraccio; le “fiche”, col pollice tra indice e medio; la “ceca”, con il medio esteso sulle altre dita chiuse a pugno; il mostrare le natiche e, come ad Alife, il “fileto” ossia il “ceto”, con la mano o anche con la mano (aperta ?) sul naso. Tanto è appena un saggio del patrimonio pervenuto in eredità, ad uso dei fruitori, nell’Età Moderna. _______
* In “il Giornale di Caserta”, Dossier, XV, 321 (2007) p. 17. 1- Cfr. R. Di Lello, Insulti antichi in Campania, in “il Giornale di Caserta”, Caserta, Dossier, XV, 279 (2007) p. 18. Idem, Gli insulti nel Sannio Medievale, in “Il Sannio”, Benevento, Pagine Sannite, XI, 216 (2006) p. 18. Cfr. inoltre G. Fappiano, Modifiche statutarie in Alife (...) Caserta, CSAS, 1989, p.44. Rosario Di Lello.
SPORT ED ECCESSI NELLA CAMPANIA ANTICA.* Come quando i tifosi alifani si scontrarono con quelli di Sessa Aurunca
Lo sport, si sa, in quanto competizione spettacolarizzata suscita, sempre più spesso, passioni irrefrenabili; appunto in questi giorni, a proposito di calcio, si parla e si scrive, parecchio, di intemperanze di pubblico e di nuove misure da adottare al riguardo. E in passato? (1) Nell’Evo Antico, i Sanniti furono cacciatori, ma più per procurarsi cibo che per diporto. Inoltre, da valenti gladiatori, si esibivano per allietare banchetti, per onorare defunti, per celebrare ricorrenze. Fra i tanti si distinse Lucilio di Isernia. Con la conquista del Sannio, Roma vi introdusse del tutto la propria cultura. Circa lo sport, i giovani praticavano la marcia, la corsa, il nuoto, i giochi con la palla nonché esercizi marziali come l’equitazione, la scherma e il lancio del giavellotto e del disco. I “ludi” atletici costituivano sport e spettacolo insieme; discipline di richiamo erano quelle olimpiche. Notevole interesse suscitavano pure i ludi circensi e, tra essi, la corsa dei carri, perché avvincente e, soprattutto, perché cruenti, la “venatio” e il “munus” ossia la caccia e il combattimento, praticati dai gladiatori. I gladiatori erano prigionieri di guerra o schiavi, addestrati nelle palestre di Capua, di Pompei e altrove; però, nella Capitale, scesero nell’arena anche cittadini romani e –in competizioni truccate– perfino donne e qualche imperatore. Di solito, nel munus i gladiatori si affrontavano a paria cioè a coppia; nella venatio, tentavano di uccidere, nel corso di estenuanti e pericolose corride, tori, orsi e felini di grossa taglia, aizzati dal pubblico con urla e lancio di pupazzi di panno rosso. Le dette manifestazioni furono comuni nel territorio. Nella seconda metà del I secolo d.C., Lucio Fadio Piero, munificentissimo uomo politico di Alife, al fine di onorare la carica cui era stato eletto –e forse per guadagnare nuovi consensi– offrì –nell’anfiteatro cittadino, fuori porta– un incontro di 30 paia di gladiatori e una caccia a bestie africane; dopo qualche mese, ottenuto un contributo statale, diede altra venatio con ogni tipo di bestia e altro munus con 21 coppie di gladiatori. Intanto, la passione –oggi la definiamo “tifo”– per questa o per quella attività, per i colori di questo o di quel gruppo sportivo e per questo o per quell’atleta, era diventata un po’ dovunque notevole tanto da fomentare tragiche esplosioni di violenza. A Pompei, durante uno spettacolo gladiatorio s’ebbe scontro tra opposte tifoserie: Tacito scrisse che “per futili motivi, corsero” tra Pompeiani e Nocerini “dapprima insulti osceni, poi volarono sassi, quindi la plebaglia pompeiana, più forte,” –la premeditazione pare evidente– “die’ di piglio ai coltelli”. Molti di Nocera tornarono a casa feriti e ”molti di più piansero la morte chi del figlio e chi del genitore”. Intervenne Nerone e le autorità competenti “proibirono ai Pompeiani di partecipare per ben dieci anni a consimili raduni”; per giunta “sciolsero le associazioni [di tifosi] costituitesi contro legge”; addirittura “mandarono in esilio coloro i quali avevano incitato al tumulto”. Altro che tornelli, settori monitorati e osservatóri; squalifiche limitate a qualche giornata, sfide in campo neutro e gare a porte chiuse, come accade oggi! Quanto ad agonismo di sportivi praticanti e a tifo di supporters, anche la gente del territorio alifano non sarà stata dolce, se i cittadini di Sessa Aurunca segnalarono, con iscrizione parietale in un criptoportico del centro abitato, gli “ALLIFANI / AMARI “ distintisi –è verosimile– in occasione di una qualche intemperanza in trasferta. Secondo Matteo della Corte, l’epiteto, amari, è da intendersi rivolto “non soltanto ad atleti veri e propri di Allifae, ma anche alle folle di tifosi loro paesani che nelle competizioni li seguivano in buon numero con gli stessi intenti di oggi” Col trascorrere del tempo, la cultura cristiana, le crisi economiche e le invasioni barbariche segnarono, a far data dal 400, il declino delle cacce, dei combattimenti gladiatori, delle corse coi carri e di altre discipline. A metà del secolo successivo –da 74 anni s’era nel Medioevo– lo sport, spettacolo tradizionale, poteva dirsi, oramai, tramontato. _______
* In “il Giornale di Caserta”, Dossier, XV, 328 (2007) p. 18. 1- Cfr. E. T. Salmon, Il Sannio e i Sanniti, Torino, Einaudi, 1985, pp. 62-63 e nt. 63; 111 e nt. 31. R. A. Staccioli –a cura di– Manifesti elettorali nell’antica Pompei, Milano BUR, 1992, p. 191. M. A. Manacorda, Lo sport a Roma ieri e oggi, in “Studi Romani”, Roma, INSR, XXXVIII, 1-2 (1990) pp. 34-52. U. E. Paoli, Vita romana, Milano, Mondadori, 1976, pp. 196-198 e 207-220. Livio, IX, 40, 17. Svetonio, Vite, II, 83; IV e VI, passim; VIII, 4. CIL, IX, e X, pass. Tacito, Annali, XIV, 17 e XV, 32. M. Villucci, Sessa Aurunca. Storia e arte, Marina di Minturno, Caramanica, 1995, p. 30. M. della Corte, in D. Marrocco, Antica Alife, Piedimonte, Grillo, 1951, p. 50.
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