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NAPOLI — «Sarà che io il ’68 non l’ho fatto perché avevo tre anni, sarà che quando ho frequentato il liceo i miei professori erano gentiliani — come si usa dire con una nota di rimpianto — sarà che sono cresciuta di sinistra e oggi mi sento orfana, sarà che sono entrata nella scuola superiore come docente di ruolo a seguito di un concorso pubblico, vinto senza raccomandazione (e se ce l’ho fatta io vuol dire che si può...), ma io in questa scuola italiana mi sento non disorientata, non avvilita, non inappagata, ma profondamene incazzata. Non facciamo che lamentarci, ma poi immettiamo sul ‘‘mercato’’ ignoranti con diploma». È il lungo incipit della lettera che una docente di italiano di Caserta, Nadia Verdile, scrittrice con una spiccata passione per la storia delle donne (e amorevoli digressioni anche per quella borbonica, purché declinata in chiave femminile) ha scritto al direttore del Tempo, provocando sul suo profilo di Facebook numerose note di approvazione. TROPPI ASINI IN CLASSE - Agli ultimi esami di maturità, svolti come membro esterno di Italiano e Storia in due istituti tecnici di Capua e Mondragone, la sua indignazione di prof è letteralmente tracimata in rabbia dinanzi all’ignoranza dei candidati, tanto da confessare pubblicamente di essersi «resa corresponsabile di un crimine di cui mi autodenuncio: abbiamo promosso, ma mi ascrivo l’onestà di aver votato per la bocciatura, gente che era stata ammessa, in barba alla norma vigente, con molte insufficienze; abbiamo promosso, diplomandoli, giovani che affermavano che Giolitti era iscritto alla Lega Nord oppure che l’Unità d’Italia era avvenuta nel dopoguerra». Da qui, l’appello alla ministra Maria Stella Gelmini: «È ora— ha perentoriamente chiesto la Verdile — che qualcuno venga a controllarci, venga a vedere se siamo capaci di fare gli insegnanti, venga a leggere le nostre relazioni, ad ascoltare le nostre spiegazioni. C’è gente che fa il mio lavoro ed è molto, ma molto, più preparata di me, ma c’è gente che fa il mio lavoro e non sa cos’è un congiuntivo, che spiega mentre la classe gioca su internet, che si occupa di altro in attesa che finisca l’ora». Su Facebook i colleghi della Verdile sostengono il suo j’accuse: «Mentre ti leggevo — scrive Tonia — mi sono detta ‘‘finalmente qualcuno le dice con chiarezza queste cose!’’». E ora? «Ho ancora vivo il ricordo — racconta amareggiata la prof casertana al telefono— della mia collega di economia, la quale, durante gli esami, ha chiesto ad una candidata su quale rapporto si fondasse il libero mercato. Dinanzi alla scena muta, ha provato ad aiutarla: ‘‘ Sulla domanda e...’’. Ma la candidata, impietosa, ha aperto bocca: ‘‘... e sulla risposta’’. Mi dico: si può continuare così? Si può continuare ad allevare schiere di somari solo per sostenere che i posti di insegnante vanno dati a tutti, al di là del merito, purché si tenga conto delle graduatorie? È così che si sbarra la strada ai giovani, perché intanto occorre prima sistemare i precari. E badi bene: queste cose le dico da sinistra, benché delusa. Non certo perché sono diventata di centrodestra».
SOSTEGNO ALLA GELMINI - È per tutto questo che la professoressa Verdile insiste a richiamare l’attenzione della ministra Gelmini: «Vada avanti nella sua battaglia a difesa del merito — conferma —. Non si fermi. Invii gli ispettori nelle scuole, anche se in Italia ne abbiamo soltanto 350 a fronte dei 3500 che setacciano in lungo e in largo gli istituti della Gran Bretagna. Ma si faccia qualcosa per uscire da questa palude. Non è più possibile tenere un posto di lavoro così supergarantito: lo sa che io, insegnante di ruolo, posso essere destituita soltanto se rubo o faccio sesso con un mio allievo? Ma se decido di non fare nulla in classe, nessuno se ne accorgerà. Contribuendo così a promuovere una massa infinita di ignoranti che confonde la Bastiglia con il nome di una montagna e Giolitti con un lumbard in camicia verde». Corriere della Sera
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